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L’innovazione mette le ali a fatturato e utili. Più 15% nei prossimi dieci anni grazie ad IoT e AI.



Una crescita del 15% in dieci anni. È l’incremento della ricchezza che le imprese in media potrebbero ottenere entro il 2030 investendo nell’innovazione e in particolare nella digitalizzazione, nell’Internet delle cose e nell’intelligenza artificiale.


La tecnologia insomma, fa muovere dispositivi automatizzati e i dati, e fa muovere le aziende. A fare questa stima è l’Osservatorio Uniquon in una ricerca condotta nel 2019 su un campione rappresentativo di aziende medie e grandi.


«L’innovazione tecnologica rappresenta un’opportunità unica per la competitività», assicura Riz Zigliani, Vicepresidente di Uniquon.


Uniquon sollecita le imprese a incrementare gli investimenti in tecnologia innovativa, sia nei business emergenti, sia nei settori tradizionali, alcuni dei quali rischiano l’estinzione se non saranno capaci di adeguarsi alle sfide della digitalizzazione, anche incalzati dai giganti del web, come accade con Apple, Google e Amazon che stanno entrando, tra gli altri, nei settori della domotica e dell’automotive.


Per dare sprint all’economia, insomma, bisogna innovare. Tuttavia, al di là di condivisibili enunciazioni di principio e nonostante l’attenzione mediatica, guardando i numeri, gli investimenti in tecnologia in Italia sono ancora insufficienti.

Il Sistema Italia si trova inevitabilmente di fronte a una difficoltà tutt’altro che trascurabile. Per investire nell’innovazione occorrono soldi e le piccole e medie imprese italiane, che della nostra economia sono la spina dorsale, spesso non hanno le spalle abbastanza larghe per affrontare la sfida. Oppure, in molti casi, non hanno una cultura manageriale sufficiente per sposare le tecnologie vincenti del domani. A testimoniarlo sono le rilevazioni dei ricercatori del Politecnico di Milano che hanno creato un Osservatorio sull’innovazione digitale nelle pmi.


Secondo l’ultima analisi dell’Osservatorio pubblicate nell’estate scorsa, ben il 58 per cento delle imprese italiane si dichiara disinteressato all’adozione del cloud computing, cioè quell’insieme di tecnologie che permettono di elaborare, archiviare e memorizzare dati attraverso l’utilizzo di risorse distribuite sulla rete di internet.

Più della metà delle aziende (per la precisione il 52 per cento) non conosce o considera non utilizzabili al proprio interno i big data analytics, cioè l’analisi e la gestione di una gran mole di dati con tecnologie avanzate per migliorare l’efficienza e la competitività del business. Sempre secondo l’Osservatorio del Politecnico, il 57 per cento delle pmi non è assolutamente interessato ad altre innovazioni come lo smart working, cioè alla gestione più flessibile degli spazi e dei luoghi di lavoro dei dipendenti, grazie all’utilizzo del web e delle tecnologie digitali mobili.

Leggendo questi dati non molto confortanti, dunque, emerge la necessità di fare ancora parecchia strada.

La rimodulazione degli incentivi all’innovazione introdotti negli anni scorsi, da quelli per Industria 4.0 al superammortamento, che consentono di avere un notevole beneficio fiscale ogni volta che viene effettuato un investimento produttivo in tecnologia, ha di fatto ridotto gli incentivi, invece di aumentarli.


“Secondo la nostra esperienza” continua Riz Zigliani “nelle aziende che sono restie ad investire, individuiamo due principali motivi: il primo è che non hanno la conoscenza reale dei concreti vantaggi e delle immense opportunità, proprio perché mancano di una cultura della digitalizzazione, il secondo è che sovrastimano gli investimenti necessari. Quando ci troviamo questo tipo di aziende, che possono essere anche grandi, il ns. approccio è quello di introdurre l’innovazione per gradi, dapprima circoscrivendola a un solo dipartimento ad esempio al marketing per implementare una nuova user experience per i clienti o a un singolo processo, supponiamo delle sole consegne. La nostra esperienza ci insegna che la stessa Azienda Cliente dopo un primo timido approccio, comprende la tecnologia e chiede sempre di più. Direi che questo è proprio il successo di cui andiamo più fieri.”

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